Maestro Ottavio Marino, l’arte di dirigere l’armonia

Il “grillo parlante” ha incontrato il Maestro Ottavio Marino, palermitano 42 anni, nel 2002 definito dalla stampa nazionale il più’ giovane direttore d’orchestra d’Italia. Il Maestro Marino ha calcato i più importanti palcoscenici, dal teatro “G. Verdi” di Pisa a Seoul, passando per Germania, Spagna, Francia e  Russia.

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Quale è stato il suo percorso di studi? Quando e dove è iniziato?

ho iniziato a studiare il pianoforte all’età di quattro anni e ricordo che l’insegnante doveva faticare molto per spiegarmi la durata delle note ed il solfeggio dal momento che non avevo ancora nozioni sufficienti per affrontare le frazioni matematiche o il concetto di multiplo!

In che modo è scoccata la sua scintilla per la musica e per questa professione?

La scintilla per la musica è scoccata grazie a mio papà, al quale devo assolutamente tutto. Mio papà suonava il pianoforte discretamente ad orecchio e per questa ragione avevamo un pianoforte in casa. Sentendolo suonare mi innamorai dello strumento e gli chiesi di poter iniziare a studiarlo. L’innamoramento per questa professione avvenne intorno ai quindici anni quando vidi dirigere per la prima volta il grande Carlos Kleiber in diretta da Vienna. Pur essendo un pianista sentii immediatamente la mia “vocazione” direttoriale e capii che quella sarebbe stata la mia strada.

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Quale è stato il suo debutto sul podio di direttore?

La prima volta che salii sul podio avevo 23 anni ed avvenne in provincia di Bari. Seguii una masterclass tenuta da Piero Bellugi il quale fu il primo Maestro a farmi impugnare la bacchetta e a mettermi di fronte ad un’orchestra. Diressi alcune parti de Le nozze di Figaro di Mozart.. L’inizio della carriera però lo devo ad un altro Maestro: Antonello Allemandi. Lo conobbi a Pisa nel 1999 e divenni suo assistente; grazie alla sua generosità e lungimiranza ebbi tutte le opportunità necessarie ad iniziare la mia carriera. Come dicevo, a mio padre prima e a lui dopo, devo realmente tutto.

L’ abbiamo visto dirigere: c’è qualcuno a cui si ispira tra i direttori contemporanei o del passato?

Senza dubbio il primo direttore che mi viene in mente è Carlos Kleiber, un artista talmente illuminato da far fatica a credere che fosse “umano”. Un altro titano del passato è certamente Herbert von Karajan: nessuno come lui, a tutt’oggi, è riuscito a costruire un suono orchestrale così potente ed omogeneo. Tra i direttori viventi non posso non citare Riccardo Muti, rappresentante unico della scuola direttoriale italiana che fa capo a Toscanini. Muti, a mio parere, è tra i più grandi concertatori della storia con una capacità di plasmare l’orchestra davvero impressionante.

Quali sono i brani e/o le opere che preferisce dirigere?

La risposta che mi viene più naturale è che il mio autore preferito sia quello che dirigo in quel momento nel senso che compio ogni sforzo per immedesimarmi nella sua idea artistica e per cercare di renderla al meglio. Detto questo il mio cuore batte sempre molto forte quando dirigo Brahms, Tchaikovskij o Mahler parlando di musica sinfonica o Verdi parlando di opera. Ho diretto molte opere di molti autori nella mia vita ma la capacità che la musica di Verdi ha di toccare e far risuonare le corde più profonde del tuo intimo è per me unica in assoluto.

Come affronta la partitura della musica che deve dirigere?

Lo studio della partitura è per me il compiersi di un rito, con momenti ben precisi scanditi da una tabella di marcia massacrante. Il direttore d’orchestra deve studiare e dominare ogni singolo dettaglio della partitura, ciò significa che deve essere in grado di controllare ciò che ogni singolo professore d’orchestra sta eseguendo col proprio strumento. La difficoltà principale consiste nel fatto che lo strumento del direttore è proprio l’orchestra e dunque si è obbligati a studiare “immaginando” il suono che verrà prodotto ma dovendo aspettare l’inizio delle prove per trasformare ciò che ha immaginato sino a quel minuto in suono reale, dalla potenza all’atto. Per studiare una partitura occorre evidentemente possedere un’adeguata conoscenza dell’orchestrazione, dell’armonia, del contrappunto e dell’analisi. I punti più critici li affronto con l’ausilio del pianoforte che diventa il migliore sostituto dell’orchestra in assenza di quest’ultima.

tosto-caffe Suonare in orchestra è molto più che studiare musica – dichiara il Maestro Abreu – significa entrare in una comunità, perseguire insieme uno scopo. Cosa ne pensa di questa affermazione?

Sono assolutamente d’accordo salvo una precisazione forse un po’ scontata: è evidente che si può approdare all’orchestra solo dopo avere raggiunto un bagaglio di conoscenze e di studi musicali tale da consentire di diventare una risorsa per l’orchestra. In Italia, purtroppo,contrariamente ad altri paesi europei come la Germania, l’Austria, l’Inghilterra, non è mai stata trasmessa nei conservatori un’autentica cultura orchestrale, privilegiando sempre i percorsi da solista. Avere una cultura “orchestrale” significa sentirsi parte integrante di una comunità insieme alla quale poter riuscire ad esprimere una sola voce, sia pure con tutte le diversità legate alla personalità dei singoli ed alle differenti caratteristiche degli strumenti.Credo che l’orchestra sia la migliore allegoria della società ideale, nella quale le minoranze hanno la stessa voce in capitolo delle maggioranze, nella quale il pluralismo è la prassi e l’obiettivo comune è la sintesi delle differenti voci che si fondono in un unico   pensiero musicale, a beneficio di chi suona e di chi ascolta. Il “sistema” di Abreu è la migliore dimostrazione di quanto la disciplina orchestrale sia stata la più efficace educazione civica che mente di pedagogo abbia potuto inventare.

C’è un teatro nel quale si vede lavorare in futuro? Un luogo? Un sogno?

Ho avuto la fortuna di lavorare in tantissimi teatri sparsi nel mondo,tra cui il Bolshoi di Mosca, il teatro agli Champs Elisee di Parigi,  o il teatro dell’opera di Seoul in Corea del Sud etc, ma credo che il sogno di qualunque musicista sia quello di poter calcare i palcoscenici di tutti i teatri del mondo allo scopo di farsi conoscere e sopratutto di conoscere i diversi pubblici e le diverse culture dei paesi che invitano l’artista. E’ innegabile che dal 2008 in poi, l’anno della crisi, tutto il settore lirico sinfonico mondiale abbia subìto forti ripercussioni ma è altrettanto innegabile che molti altri paesi, al contrario dell’Italia, considerino la musica e la cultura in genere alla stregua di un bene di prima necessità e per questa ragione il fermento e le opportunità che esistono all’estero purtroppo in Italia non ci sono più. E’ una pena constatare una simile situazione se consideriamo che l’opera è nata qui e che il melodramma italiano è protagonista in oltre il 50% dei cartelloni operistici del mondo!!! Io ho la fortuna di essere un docente di Conservatorio e la  materia che insegno, per l’appunto, è “esercitazioni orchestrali”; è un osservatorio molto efficace per constatare la disillusione che serpeggia nei giovani studenti, la maggior parte dei quali ha già deciso di andare a tentare la fortuna all’estero subito dopo avere conseguito la laurea. Penso che questo rappresenti il peggior fallimento del sistema paese ed il peggior insulto alla storia di cui dovremmo essere orgogliosi custodi.

Infine, c’è qualcuno a cui le piacerebbe dire “grazie” per i risultati raggiunti?

Lo avevo espresso all’inizio dell’intervista ma  lo ripeto con immenso piacere: dico grazie dal profondo del cuore a mio papà che non c’è più da un po’ di anni ed al mio amico e Maestro Antonello Allemandi per tutto quello che hanno fatto per me.

Grazie Maestro!!

Giusy Tempesta

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